PROGRAMMAZIONE CINEMA ITALIA DAL 07-09 AL 13-09

– Mercoledì 09 settembreore 21  –  IN UN POSTO BELLISSIMO di G. Cecere  – ingresso € 4,00
Sabato 12 settembre ore 21  –  TAXI TEHERAN di J. Panahi (ORSO D’ORO FESTIVAL DI BERLINO 2015)
 – Domenica 13 settembre ore 19 e 21TAXI TEHERAN di J. Panahi (ORSO D’ORO FESTIVAL DI BERLINO 2015)

In un posto bellissimo
“In un posto Bellissimo”, opera seconda di Giorgia Cecere,  quotata e apprezzata sceneggiatrice, girato ad Asti quale simbolo della vita sonnolenta e ripetitiva della  provincia italiana,  vuole essere il ritratto femminile di un’anima semplice, che ama delegare ad altri le sorti della propria esistenza. Interprete è l’attrice Isabella Ragonese che da corpo a Lucia, sposata con Andrea, madre e co-proprietaria di un negozio di fiori, dove svolge con diligenza il suo lavoro.
Lucia è imbrigliata in una passività che le fa mandar giù silenziosamente bocconi amari,  tra questi il tradimento del marito. L’incontro imprevisto con un giovane extracomunitario, con il quale instaura un’ embrionale relazione di solidarietà, metterà a nudo la sua autentica interiorità e determinerà una svolta nella sua esistenza…
Ottima l’interpretazione di Alessio Boni, nella parte del marito distaccato, perbene e ipocrita. Il film, nelle intenzioni dichiarate dalla regista in conferenza stampa, vuole essere la raffigurazione di un’ avventura interiore. Se è verissimo, come ha sostenuto la Cecere, che le vicende dell’anima, così ricche di rapide e gorghi, sono quelle che più appassionano, esse hanno un ritmo che nel film non brilla. La lentezza,  la ripetitività delle situazioni, gli spunti lasciati in embrione,  tolgono mordente ad una pellicola ricca di verità, pronta a cogliere in una situazione privata il dramma universale che caratterizza il nostro tempo: quello della paura, dell’incapacità di accogliere il più debole, del rifiuto di andare oltre il proprio ristretto perimetro, in un mondo che invece ci chiama a cambiamenti imprescindibili da un continente all’altro, dove gli extracomunitari, parte integrante del consorzio umano,  non sono che cartina di tornasole della nostra capacità di amare.

 

 Taxi Teheran
Jafar Panahi sfida nuovamente il regime. Il regista de Il palloncino bianco e Il cerchio, condannato nel 2010 a sei anni di reclusione e a venti di inattività per la partecipazione ad azioni di protesta contro il governo iraniano, riesce a dribblare la censura piazzandosi, solo, alla guida di un taxi, con una telecamera fissata al cruscotto.
Da lì – regista e autista – lancia uno sguardo acuto e senza filtri alla variegata fauna umana di Teheran: attraverso storie e atteggiamenti dei passeggeri che scendono e salgono dal taxi, tesse un quadro articolato e di complessità disarmante che ritrae non solo le contraddizione della sua città e di un paese ancora stretto nella morsa dei tabu e dei divieti, ma anche un’umanità che nonostante tutto continua a vivere di paure e di ideologie (vecchie o nuove), di passione e di emozioni.
Il cinema ai tempi della censura. Ovvero come un regista di fama internazionale può esprimersi quando il suo paese glielo ha vietato.
Finto documentario, Taxi Teheran ha in realtà alla base sceneggiatura e attori, nonostante l’impostazione estetica di spiazzante semplicità. Così come Jafar Panahi, gli attori ingaggiati hanno rischiato a loro volta andando contro i dettami del regime. Protetti (ma solo in parte) dall’anonimato concesso dalla totale assenza di credit, si sono accomodati sul sedile di un taxi e, di fronte alla fissità di una videocamera, hanno accettato di ritrarre le mille contraddizioni di Teheran.
Dal venditore clandestino di film hollywoodiani ed europei in dvd dall’animo cinefilo alle anziane signore che vanno di fretta con una boccia di pesci rossi fino al ferito che deve essere portato in ospedale assistito dalla moglie e che, ripreso dal telefono del regista, fa testamento: l’esistenza scorre davanti al parabrezza e allo specchietto retrovisore di un’auto che è unico set e che, metaforicamente, ha Panahi alla guida così come il film lo ha alla regia.
Con un’unica concessione biografica: la (vera) nipotina del regista, saccente e curiosa, che Panahi va a prendere a scuola. E che, senza lo zio, era a Berlino lo scorso inverno per ritirare l’Orso d’oro con cui il Festival ha premiato il coraggio e l’originalità di un film che non avrebbe dovuto essere girato. Dando voce alla passione cinefila e narrativa che si oppone a ogni totalitarismo.
Cinema militante, insomma, ma senza dare troppo l’impressione di esserlo. Lo sguardo di Jafar Panahi è dolce e guarda con condiscendenza le miserie e le convinzioni, ma anche quella vitalità nutrita di speranza che è motore del vivere quotidiano, del consumato “tirare avanti” pur fra le difficoltà di ogni giorno. Certo, l’impostazione narrativa risulta di difficile digeribilità artistica: è arduo appassionarsi di fronte alle vicende di illustri sconosciuti che aprono una portiera per salire e la riaprono poi per scendere dopo aver snocciolato frammenti di vita, di ideologia, di follia a volte.
Ma è proprio l’assenza di giudizio e di sarcasmo nello sguardo del regista che riesce a oliare i rugginosi meccanismi di un film così semplice in apparenza, eppure così ostico: la finzione mostrata da Panahi sembra superare in realismo la verità stessa. Una verità di cui il regista, seduto alla guida, sembra mettersi al servizio così come fa un taxista al servizio dei suoi passeggeri. Portandoli a destinazione e ascoltando le loro storie, senza suggerire loro dove andare e – soprattutto – senza supponenza di fronte alle loro debolezze.
Come a ricordare che, in fondo, siamo tutti sulla stessa barca. O sullo stesso taxi.